L’Apprendimento tra Memoria e Coinvolgimento Emotivo

Benjamin Franklin ha scritto: “Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo; coinvolgimi e io imparo”. In accordo con questa affermazione, molti studiosi di tematiche legate all’apprendimento hanno evidenziato il fatto che non bisognerebbe pensare ad esso come ad un processo passivo e lineare. Inoltre, non si può pensare di ricordare ogni informazione che leggiamo, sentiamo o vediamo per alcuni semplici motivi: il primo è che la nostra memoria è selettiva, ovvero tende a ricordare quanto necessario, il secondo è che non tutti gli stimoli sono uguali e suscitano il nostro interesse allo stesso modo. Spieghiamo meglio: vi siete mai chiesti come mai sia molto più facile imparare a memoria le parole di un pezzo di Ed Sheeran, peraltro in lingua straniera, rispetto a quelle di una poesia di Giacomo Leopardi? Dopotutto, in entrambi i casi sono parole. Per spiegare ciò, possiamo ricorrere a quanto constatato dal pedagogista americano Edgar Dale e al suo Learning Cone o Cono dell’apprendimento (1969). Secondo lui, la sola lettura permette di ricordare circa il 10% di ciò che leggiamo, contro il 20% di quello che udiamo e che vediamo, o ancora contro il 90% di ciò che diciamo o facciamo. Oltre a questo, può essere coinvolto anche l’aspetto emotivo: stimoli nuovi, particolari o carichi dal punto di vista emotivo aumentano la probabilità di trattenere quell’informazione anche per molto tempo. Perciò, una poesia letta un paio di volte in modo impersonale avrà meno possibilità di essere ricordata rispetto al testo di una canzone, ad un’esperienza reale o ad una presentazione sensoriale.

Inoltre, Edgar Dale divide l’apprendimento in passivo e attivo. Nel primo caso si tratta di semplice lettura, lezioni in aula, visione di video, etc… Solitamente comporta le più basse percentuali di memorizzazione. Durante quello attivo, che consiste nel ripetere  parlando in pubblico o in un gruppo di studio, mettere in pratica quello che si è imparato, simulare un’esperienza, si apprende molto di più.

Pertanto, essere coinvolti in ciò che studiamo, avvalerci di tutti i nostri sensi, permette di migliorare le nostre performances in termini sia qualitativi che quantitativi. In altri termini, tornare bambini può aiutare in questo senso, per esempio studiando facendo finta di essere un professore che deve spiegare le nozioni apprese ai propri alunni. Aumentando il livello di coinvolgimento, aumenterà l’attenzione e la memorizzazione.

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